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Nell’era del tutto e subito, del consumismo ossessivo che ci porta ad accumulare più che a collezionare e riempire cassetti, armadi, tasche che non basta più siano piene, ma bensì trabocchino di scelte, di libertà, in questa specifica era un brand trentennale come Pinko fa la differenza.

Il mondo della moda degli ultimi dieci anni è stato inondato dalla cosiddetta onda “fast fashion” dei grandi marchi di vestiti a poco prezzo: ricambio velocissimo, temporaneità che lascia a malapena il tempo di comprare un paio di scarpe che ci piacciono prima di essere rimpiazzato da altre due paia, completamente diverse, ispirate a tutt’altro. Esclusiva momentanea ed ispirata a qualcosa che faccia tendenza.
In brevissimo tempo il marchio Pinko assume i dettagli del prêt-à-porter, creando un’immagine identitaria molto forte e investendo soprattutto sull’attenzione al cliente.
Entrare oggi in un negozio Pinko (per lo shop online fai click qui) significa essere lasciati liberi di scegliere o essere seguiti, avere tutti i capi da provare a portata di mano, con personale addestrato appositamente all’essere disponibile e cordiale, messo continuamente alla prova dai “test” di clienti fittizi che assodano le capacità comunicative e di predisposizione alla clientela del personale interno.
In un panorama di multinazionali il cui obiettivo è distinguersi fra loro e sconti pazzi stile prendi 5 paghi 1, s’inseriscono quelle case di moda nate poco prima che il fenomeno del “cheap and chic” venisse corroso dalla bassa qualità a poco prezzo.
Negli anni ’80 Pietro Negra e Cristina Rubini fondano il marchio Pinko. Vogliono inserirsi subito in un mercato competitivo e molto avanzato, come quello dell’abbigliamento made in Italy. Inizialmente adottano una strategia molto simile a quella degli odierni “fast fashion”: collezioni con cicli persino settimanali, ricambi continui di pezzi per favorire l’acquisto d’impulso e l’accumulo di tutti i capi più apprezzati di vari stili.
Il tempo però li costringe ad adattarsi e cambiare, ed ecco che prima degli anni ’90 e dei pantaloni di tuta in acetato e maglioni di colori improbabili, prima dei cellulari e delle macchine con finestrini elettrici, la strategia cambia: inserirsi nel mondo della moda, ma senza diventare griffe d’alta elite, con prezzi contenuti.
Già dal nome la mentalità dietro si percepisce tutta: Pinko. Come Pinko Pallino, l’essere nessuno, entrando nel mondo della moda.

Un approccio che comunque non finisce all’interno del negozio: ad oggi Pinko offre sia le collezioni classiche d’approccio stilistico, sia le “collezioni flash”, a quantità e tempo limitati, e persino un reparto adibito specificatamente al seguire le ultime tendenze e trovare i giusti accessori e prodotti per “rinfrescare” il negozio, così da renderlo sempre contemporaneo e mai troppo lontano dalla clientela che esige: una donna elegante, giovanile e che non si vuole rivolgere alle griffe per vestirsi come vuole, persino negli eccessi.
Il marchio Pinko è, in soldoni, un esperimento molto riuscito di Made in Italy rivolto ad una clientela molto esigente, ed ha indubbiamente saputo gestire la direzione pubblicitaria, con l’identità e la formazione dei punti vendita, senza però mai scivolare nella banalità con le collezioni d’abiti.

Da italiani, dobbiamo indubbiamente ammettere di essere un pò fieri che certe intuizioni “ibride” siano state sviluppate in Italia, e che la qualità dei prodotti possa portare con sé il marchio Made in Italy.
Forse proprio perché Made in Italy, l’idea del “fast fashion” continua a sembrarci sempre un accontentarsi.

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